Centro Di Consulenza Sulla Relazione Scuola Di Counseling Sistemico Pluralista Corso Di Mediazione Familiare

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diari di shinui

In questa sezione presentiamo del materiale che rispecchia il clima che si vive e respira a Shinui. Pubblicheremo qui materiale scritto che può riguardare i “Diari di Bordo” di alcune lezioni (che da noi non vengono chiamati verbali) stesi dagli allievi, ma potremo nel tempo inserire dell’altro. Questa sezione è aperta ai commenti.

  • Diario di bordo - Un'esperienza nel carcere

    Una nostra diplomata in counseling e specializzata sempre presso SHINUI in counseling interculturale, infermiera in una Casa Circondariale, racconta brevemente il suo percorso di

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    Diario di bordo - Un'esperienza nel carcere
Una nostra diplomata in counseling e specializzata sempre presso SHINUI in counseling interculturale, infermiera in una Casa Circondariale, racconta brevemente il suo percorso di tirocinio con un gruppo di detenuti. Buona lettura! 
Progetto di accompagnamento e sostegno ai detenuti nella casa circondariale di Mantova
“Le competenze di counselor e di infermiere in un percorso di gruppo nella Casa Circondariale di Mantova – Progetto di accompagnamento e orientamento durante il periodo di detenzione dei detenuti“. È il progetto al quale ho lavorato per otto mesi, a partire da settembre 2015, con la collaborazione dell’Ufficio Educatori, dell’insegnante del carcere e del personale della polizia penitenziaria. Un gruppo di detenuti di diversa nazionalità è stato accompagnato in un percorso riabilitativo, al fine di tracciare scenari possibili per convivere con la condizione di reclusione, riacquisire l’autostima, recuperare l’identità sociale per un ritorno dignitoso nella società. Nella relazione di aiuto tra operatore e utente immigrato uno dei problemi principali è rappresentato dal pregiudizio, che rischia di innalzare barriere con conseguenze negative sui livelli essenziali di assistenza.
Il criterio che ho scelto per costituire il gruppo di counseling è stato quello dell’eterogeneità che ha dato ricchezza ai gruppi e il residuo di pena non inferiore ad un anno. Ho utilizzato il counseling interculturale e l’approccio tansculturale. Nei laboratori ho utilizzato molteplici tecniche verbali e non verbali e varie forme di attività artistiche nell’ambito dell’approccio costruttivista facendo riferimento ai principi teorici della Gestalt espressiva: il counselor, le competenze relazionali e i processi creativi.
Attraverso i laboratori e la mediazione artistica, si mettevano in contatto una persona o un gruppo con le proprie risorse creative in linea con la metodologia del Centro Shinui di Bergamo. La sintesi dei laboratori è stata proposta in un video con l’intento di dare visibilità al lavoro svolto dai gruppi di persone che hanno partecipato. Nell’esperienza ho intuito quanto ciò che per me è sempre stato scontato, non lo è per le persone abituate fin dall’infanzia a difendersi con l’aggressività e la durezza.
La mia ipotesi di partenza si basa sull’idea che attraverso uno spazio di ascolto attivo e di comunicazione positiva, anche in carcere si potessero sollecitare aperture emozionali e consapevolezze importanti per arricchire di nuovo senso la visione dell’esistenza dei detenuti. Un modello di counseling penitenziario sarebbe auspicabile come consuetudine trattamentale, in affiancamento alle prassi istituzionali dalle quali non ci si può assolutamente sottrarre per mandato professionale. È interessante riportare la voce di uno dei partecipanti del percorso svolto.
“Questo lavoro mi ha aiutato ad approfondire e aumentare i miei orizzonti mentali anche se a volte sorgono problematiche in più rispetto a quelle a cui ero sbrigativamente abituato ad affrontare e che non sempre istintivamente voglio risolvere. L’argomento che più mi ha colpito è stato lo sviluppo del mio albero genealogico con il quale mi sono immedesimato in ogni sua ramificazione sentendomi parte di un mondo più ampio, passato e futuro. Ho provato emozioni profonde che mai avevo vissuto nell’ambito della famiglia che per me, prima, era solo composta dai più stretti parenti e lì si fermava. Spero che si possa ripetere un’esperienza simile che ritengo utile sia per la mia personale crescita di uomo che per il mio futuro reinserimento“.
http://www.mantovasalute.asst-mantova.it/una-voce-di-dentro-counseling-in-carcere/
Di Angela Lamura
  • Diario di Bordo - 9 Gennaio 2017

    Lezione di Anna Consiglio

    Dopo un paio di intense settimane di tosse e dolori, eccomi a recuperare appunti e pensieri dell’ultima lezione tenuta da

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    Diario di Bordo - 9 Gennaio 2017
Lezione di Anna Consiglio
Dopo un paio di intense settimane di tosse e dolori, eccomi a recuperare appunti e pensieri dell’ultima lezione tenuta da Anna.
Il tema dei Confini con cui abbiamo cominciato la lezione è per me molto affascinante. Anche prima di esplorare il mondo del counseling ho fatto lunghe riflessioni sulle relazioni e i rapporti che colmavano la mia quotidianità. Spessissimo mi sono ritrovata a pensare alle singole persone che facevano parte della mia vita e ai confini che con loro c’erano, che non c’erano, che avrebbero dovuto esserci, che avrei voluto ci fossero, che avrei voluto sparissero.
E’ stata una fatica spesso quella di essere in grado di gestire questi confini, di tracciarli e di poterlo fare gentilmente o di cancellarli nello stesso modo, piuttosto che all’improvviso e senza spiegazioni.
Ho trovato quest’immagine in un articolo chiamato “Boundaries: Healthy Limits or Barriers to Relationships?” (Confini: Limiti sani o barriere per le relazioni?).
E’ proprio questo titolo ad esprimere esattamente il disagio che ho per anni provato nel non sentirmi in grado di vedere chiaramente i Confini che ponevo (o non ponevo) nelle mie relazioni e nel saperli gestire.
Ho pensato al titolo di un bellissimo libro di C. Terry Warner che mio papà tradusse anni fa: “Bonds that make us free”, ovvero “Legami che rendono liberi”.
Ed ecco le due facce di una bellissima medaglia che capisco essere fondamentale nel nostro lavoro di counselor: Legami e Confini.
Durante la lezione e poi durante la settimana ho sentito forte la necessità non solo di comprendere meglio questi strumenti, ma anche di imparare ad utilizzarli in maniera efficiente. Ovviamente tutti questi aspetti acquisiscono un significato diverso nel momento in cui vengono applicati ad una professione piuttosto che alla propria vita privata, anche se questo tipo di competenza è sicuramente importantissima ed un’incredibile risorsa in entrambi i campi.
Come ha detto Anna, i Confini sono la caratteristica distintiva che dà la qualità al lavoro del Counselor. In poche parole, Fondamentali.
Abbiamo poi toccato altri punti: l’importanza del capire il tipo di sofferenza di un cliente, l’importanza di essere in grado di determinare l’eventuale presenza o assenza di struttura, le fasi principali di un colloquio di counseling, i pattern di collegamento, l’importanza di individuare l’emozione predominante di un cliente nel primo incontro...
Non tocco questi argomenti accorpandoli insieme in un elenco per sminuirne l’importanza, ma per osservare il minimo comune denominatore.
Ciò che devo mettere nella mia valigia di counselor prima ancora di acquisire tutte queste competenze e che anzi mi permetterà di farlo, è la capacità e il desiderio di osservare.
Osservare senza pensare di sapere tutto, né di non sapere nulla. Osservare con uno o più obiettivi chiari in mente, una massiccia dose di curiosità e con il desiderio di ascoltare, cambiando la mia opinione o le mie ipotesi se necessario.
Durante la mia missione di volontariato in Canada, un dirigente locale della mia Chiesa aveva creato un motto, invitando tutti i fedeli a renderlo parte integrante della loro vita e del loro modo di vivere la cristianità: “First Observe, and the Serve”. (Prima osserva, e poi servi).
Parafrasando, non partire in quinta pensando di sapere tutto, di sapere come muoverti e ciò di cui gli altri hanno bisogno. Stai fermo, osserva, e poi agisci di conseguenza.
Per quanto in counseling il concetto di “servire” inteso come “essere strumento di” o “fare l’ufficio di” non sia il più adeguato, il concetto di essere “a servizio di” potrebbe esserlo; per questo motivo ho trovato questa citazione più adatta di quanto non avessi pensato inizialmente.
Insomma, per concludere, mi piacerebbe essere un po’ come un liquido non newtoniano, in grado di cambiare la propria viscosità in base allo sforzo a cui è sottoposto. Saper essere liquido e malleabile come sapere essere compatto e fermo, cambiando in base alle esigenze e alle necessità.
G.
 
 
Commenti:
B.:“I confini che rendono liberi” è un titolo che vale un libro, anche se il libro non ci fosse. Per me che ho vissuto molta parte della mia vita immaginando la libertà come conflitto continuo con regole e confini, arrivando a pensare che la libertà fosse possibile solo nello stare solo, rendermi conto che solo vivendo con altri lo posso essere è stata una conquista. Rimane anche un sogno incompiuto e insoddisfatto, perché il sogno è quello di relazioni in cui i confini non vengono contrattati ma si stabiliscono da soli e soddisfano me e l’altra persona, e nel sogno durano per sempre. È a quel “per sempre” che ho imparato, o mi sono rassegnato, a rinunciare. Poter vivere relazioni con confini che rendono liberi è già una grande conquista, un grande regalo della vita: e durano quel che durano. E io a quella cosa lì do il nome di Amore, che è un regalo che si può solo conquistare. 
 
C.: Bellissimo diario di bordo G.! Una specie di poesia, una metafora continua. Capisco anche che abbia “acceso” B., che ci ha poi coinvolto nel suo intimo sentire.
Come tutte le poesie, si presta a interpretazioni varie, a sogni e a letture diverse. Così, confesso di non aver colto come questo abbia a che fare con il counseling e i suoi confini, ma credo che per questo bisognasse stare a lezione. Non a caso chiediamo la vostra presenza! La materia è nuova e so che Anna ha lavorato un bel po’ per la programmazione della lezione specifica. Nelle prossime riunioni di équipe ci aggiornerà. AssoC ha iniziato a chiedere di inserire la tematica dei confini della professione da molto poco e, dall’anno prossimo, di inserire anche elementi di psicopatologia, anche per poter vederla. Non so alla fine fin dove Anna abbia deciso di arrivare. Sono curiosa.
Grazie dunque ad Anna, grazie a te G., grazie a B. e a tutti voi per esserci.
 
G.: Sono contenta che tu abbia scritto, perché avevo programmato di rispondere anche a B. e come sempre mi è scappato di mente.Cominciando quindi da lui, grazie per quello che hai scritto e condiviso, perché è davvero personale, intimo ed ispirativo. (si dice così?
  • Diario di Bordo - Il Genogramma

    ...3 anni dopo Lezione con Cecilia.

    Paura di dimenticare qualcosa, ma ci provo... tutto d’un fiato!!
    Prima di iniziare volevo dire che è in momenti

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  • Diario di bordo - Un ricordo

    Elaborato delle lezioni

    Consegna: “Immaginate che un giorno, molto tempo dopo la vostra scomparsa, uno dei vostri nipoti (o per chi non ne avrà, può

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    Diario di bordo - Un ricordo
Elaborato delle lezioni
Consegna: “Immaginate che un giorno, molto tempo dopo la vostra scomparsa, uno dei vostri nipoti (o per chi non ne avrà, può essere una persona vicina, di due generazioni successive e già adulta) chieda di voi e della vostra vita. Come vi piacerebbe essere ricordati e descritti?” Sintetizzate in uno scritto di 15-20 righe (mezz’ora)
(Ilona Boniwell (2015). La scienza della felicità. Introduzione alla psicologia positiva. Bologna, Il Mulino)
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The Shinui Center’ clinical team, coordinated by Cecilia Edelstein, is made up of psychotherapists, counselors and family mediators who have been working using the principles of  the pluralistic systemic approach. The Centre deals with psychotherapy courses, counseling and family mediation with individuals, couples, families and groups, with the aim of improving the quality of life of people who access it. Where necessary, and with the agreement of the clients and safeguarding privacy, the operators collaborate with other professionals and services building interdisciplinary teams.

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